Un membro del nostro Collettivo, che ha conosciuto Francesco Aglieri Rinella tramite la sua opera e i
social, ha condiviso con noi la serie fotografica in bianco e nero “Rooted in Concrete Light” di questo
autore, che a suo dire è ancora una bozza progettuale. Abbiamo preso spunto da questo stimolo per
visionare l’intera opera di F.A.R. pubblicata sul web, abbiamo scritto singolarmente le nostre considerazioni
sulla sua opera e poi discusso sulla medesima.
MG _ Archie R. Ammons ha scritto che “Le forme dell’informe sono quelle che ci affascinano di più,
alludono a Dio”. Frase intrigante e iconica, peraltro riportata anche da Robert Adams in un passaggio di “La
Bellezza in Fotografia”.
È con una fotografia che ha dell’informe, del velato, del nascosto, che si apre la serie “Rooted in Concrete
Light” del fotografo di origine siciliana (Francesco Aglieri Rinella) che si divide tra l’Italia e gli Stati Uniti.
Militare di professione e autore per passione e, perché no, vocazione.
Certo che, parafrasando il pensiero di Ammons, più che a una sorta di informe, almeno nell’accezione
legata al fotografico, parlerei più di astrazione, che permette, oltre all’immedesimarsi in una serie
introspettiva, non tanto l’allusione a Dio ma ad una forma di difficoltà esistenziale, forse una preghiera
indiretta, che l’autore ha voluto esternare.
“Rooted in Concrete Light” è una costruzione topografica introspettiva. Una serie a sé stante, anche se per
definizione dell’autore stesso, è una bozza propedeutica ad un prossimo lavoro sul Kentucky. È quello che
definiamo “documentale”, ovvero il muoversi tramite una fotografia che ha le sue solide basi nella lezione
sulla fotografia a partire da Walker Evans, ma senza terminare la sua funzione nel semplice (?) grado zero.
Apro una parentesi per spiegare questa insolita definizione che ho dato, ovvero “Costruzione Topografica
Introspettiva”. Effettivamente è un termine che di primo impatto rappresenta una contraddizione. Aggiungo
anche che salvo utilizzi in qualche testo o saggio fotografico di cui non sono a conoscenza e laddove
potesse essere presente, è un termine coniato ora, quindi preciso che non ha nessuna valenza scientifica
riconosciuta. Con questa frase riferita al lavoro di Francesco, intendo che il suo atteggiamento progettuale
in questo caso, volto non tanto a una documentazione oggettiva quanto ad una costruzione concettuale
che rimanda ad uno stato d’animo, quindi un atto costruttivista, è l’abbinamento di fotografie che hanno una
discreta risonanza New Topographic da un punto di vista formale, rielaborate anche in chiave pittorica per
via dei toni bassi (a questo punto viene da chiedersi, ma anche l’utilizzo dei toni bassi nei paesaggi di
Bryan Schutmaat diventa pittorico?) con fotografie e dettagli che rimandano ad una dimensione intima e
sentimentale dell’autore. In altre parole, un insolito ma non scorretto, a mio parere, accostamento di stilemi
tra loro spesso non accomunati.
Si parla di paesaggio, il paesaggio americano ma poi, come riferimento alla lezione di un altro grande
autore americano, Lewis Baltz, la sequenza viene alternata e interrotta da alcuni ritratti. Baltz diceva che
inserire un ritratto all’interno di una sequenza fotografica, è una sorta di shock visivo, un segnale
importante, quasi un sottolineare che ciò di cui si parla, i segni presenti nelle fotografie, sono poi davvero
riferiti a qualcuno che ne porta il peso, o ne riflette un significato.
La costruzione della sequenza è ragionata, logica e perché no, moderna. I riferimenti formali (e materiali,
l’uso del banco ottico e di pellicola bianco e nero hp5+) richiamano in modo evidente autori ai quali
Francesco Aglieri si ispira, come Matthew Genitempo, Henry O’Head e Agnezska Sonosowska.
Certo è che questo può rappresentare un’arma a doppio taglio, nel senso che da un lato c’è una sorta di
sicurezza legata all’agire in un metodo ormai consolidato in ambito fotografico, dall’altro c’è il rischio,
seppur presente in ambienti dove la fotografia è vista prevalentemente come comunicazione artistica, che il
modo di impostare la sequenza, e il contenuto stesso, siano visti, per via di richiami e riferimenti, come una
riduzione di originalità e autenticità, sia stilistica che personale.
Tuttavia mi sento di dire che l’essere legati a dei riferimenti, è in qualche modo una forma di autenticità in
quanto senza i medesimi, non saremmo dopotutto noi stessi. Senza quei riferimenti che ci segnano, quei
tali piuttosto che altri che ci lasciano indifferenti nonostante la loro importanza storico/stilistica, non
avremmo quella pienezza e quell’insegnamento che ci permette di vedere in un certo modo che diventa
automatismo.
Tra l’altro, conoscendo ormai Francesco da un po’ di tempo, anche se solo virtualmente, so di un
determinato periodo della sua vita di cui questa serie può essere un richiamo, e posso dire per certo che
l’autenticità è forte, anzi, avendo conosciuto Francesco per il suo lavoro a colori, vedere queste immagini
mi ha permesso, per certi versi, di conoscere un autore ancora diverso.
Quello che però di questa serie mi affascina di più, e che, correttamente o meno va a spezzarsi con un
metodo canonico o tradizionale di impostare una sequenza o un portfolio, è l’abbinare a paesaggi tipici
dell’Ovest americano, che volendo potrebbero rappresentare un filone a parte, o comunque si sostengono
da sé, delle scene introspettive, a tratti astratte, quasi pittoriche o dei dettagli che vanno a rompere in
qualche modo.
La lezione di Chico Reviews si vede, la padronanza tecnica e l’abilità compositiva, non solo fotografica ma
anche per quando riguarda la connessione e la progressione delle immagini tramite pesi e segni che
possono convivere e susseguirsi tra loro, ci sono.
In chiusura, il lavoro globale di Francesco Aglieri, per quello che ho potuto vedere dal suo profilo Instagram
e sito web, si può riassumere come il partire dalla lezione visiva di Stephen Shore, per poi approdare, non
necessariamente a livello di percorso personale “cronologico”, ma come un abbinamento stilistico alla
tradizione di una forte modalità personale e spesso inusuale di interpretare il ritratto all’interno di questo
genere fotografico. La forte componente cromatica e l’uso di sfocature laterali, sono un segno personale, al
di là di preferenze estetiche e di gusti soggettivi, di un autore che ha la sua visione degli Stati Uniti.
MA _ Trovo un certo appagamento visivo nel guardare i progetti fotografici di Francesco Aglieri Rinella.
Chiaramente, come ognuno di noi, ho una mia formazione: provengo dal “mondo della grafica” e lavoro
professionalmente con le immagini, curando luci e inquadrature, inventando costrutti narrativi e cercando
spesso di alimentare la “bellezza” — nel senso più banale del termine — nel soggetto ripreso o fotografato.
D’altronde, nel lavoro fotografico e commerciale, la richiesta è spesso questa.
Si tratta di un problema che io stesso affronto quando invece voglio godermi il mio processo interiore con la
fotocamera, quando voglio dire ciò che sento senza pormi paletti o ideologie appartenenti a correnti
artistiche o a fotografi affermati. Nonostante non sono particolarmente informato, non è semplice.
Sicuramente mi salva scattare di più e dedicarmi a un lavoro più introspettivo nella fase di editing, se sul
campo non sono riuscito a lasciarmi andare come avrei voluto.
Francesco Aglieri realizza le sue fotografie in modo impeccabile: la narrazione nei suoi progetti è chiara —
forse, parlando di comunicazione artistica, quasi troppo chiara ed esplicita. Le sue capacità tecniche sono
indiscutibili, così come è evidente da dove trae ispirazione. Si percepisce che possiede una certa
sensibilità, ma secondo me non riesce ad esprimerla appieno, perché troppo concentrato a costruire una
narrazione su scenari perfetti, che difficilmente lasciano trasparire il suo vero io.
Esagerando, ho provato a paragonare certi suoi scatti a quelli della fotografa, in mostra al Si Fest 2025,
Evgenia Arbugaeva (Hyperborea: Stories from the Russian Arctic): nel senso che anche lei sembra
esaurire la sua finalità nel catturare le scene nel modo più pittorico possibile, crogiolandosi probabilmente
nel fascio di luce perfetto e nel dettaglio dell’occhio del soggetto. Tutto questo, in un contesto di arte
contemporanea, non lo trovo efficace, perché mi dà l’idea di manipolazione. Francesco non lo fa in tutte le
sue opere, ma è uno degli approcci che utilizza, seppur in modo meno marcato. Il “problema” è che poi ne
adotta anche altri all’interno dello stesso progetto, che di per sé potrebbe essere un bene; la questione è
che si tratta di modi di porsi davanti al mondo inquadrato molto diversi, non solo nella forma, ma anche nel
pensiero. E quindi, nella visione complessiva del lavoro, è come se perdessi un po’ di fiducia in lui.
Tra i suoi progetti pubblicati, trovo paradossalmente una maggiore affinità con il suo primo, The Fading
Light. Anche qui, solo con il titolo mi esaurisce un po’ la fantasia, ma comunque mi compiaccio nel
comprenderne il processo. C’è un accenno a più mondi, ma trovo che comunichino meglio tra loro. Il
messaggio rivolto all’esterno è chiaro e piacevole, quasi un inno alla sacralità delle ultime luci del giorno:
banale, ma interessante.
Riassumendo un po’ le idee, reputo Francesco un abile fotografo, capace di assemblare con coerenza le
proprie immagini. Tuttavia, non riesce ad alimentare in me la curiosità creativa o la voglia di entrare nella
sua mente quando è in giro con la macchina fotografica a scattare, perché sembra esaurire tutto con la
foto, senza lasciarmi spazio ulteriore.
FP _ Dopo aver preso in considerazione la bozza del progetto “Rooted in concrete light” di Francesco
Alieri Rinella posso dire che ci mostra una raccolta di situazioni fotografate con stile documentale ma con
approcci differenti. L’insieme, omologato dall’utilizzo del bianco e nero, riporta una metodologia di ripresa
mista, a causa della quale faccio fatica ad orientarmi… l’uso del mosso, per esempio, è in forte contrasto
con il resto delle immagini proposte. I ritratti, assumono ognuno un differente approccio di ripresa e di stile
utilizzato, portando la mia visione ad interrogarmi più sulle scelte che sono state fatte che sull’opera in sé
(forse il problema è più il mio che mi interrogo sul profilo tecnico). Nell’alternanza di luci e ombre utilizzate,
vedo molto presente una ricerca estetica e formale, distante dai progetti presenti sul sito. In generale, il
progetto non mi rapisce da solo, necessito di più informazioni a supporto. Mi piacerebbe vedere
l’evoluzione e capire quali di queste scelte verranno mantenute nel prodotto finale.
Ho osservato anche le fotografie che Francesco Aglieri Rinella ha pubblicato sul suo sito. Durante la loro
visione attraverso i vari progetti vedo un lieve mutare del suo approccio, che passa dallo storytelling come
per “The ballad of the golden Jackal” a qualcosa di più mentale. Il suo approccio appare stereotipato in
diverse situazioni, come nel progetto “Nowhere tolgo but everywhere” dove della Sicilia passano delle
immagini che non mi fanno percepire uno sguardo nuovo o una particolare ricerca.
Le foto sono tutte caratterizzate da una struttura formale estetizzante, ben composte, pulite, di stampo
americano. Nella visione delle foto percepisco subito tutti i concetti che vuole esprimere, e faccio fatica ad
andare oltre alla visione e a pormi in modo aperto nei confronti di queste immagini seppur esteticamente e
formalmente le percepisca come belle fotografie.
Prendendo in esame le foto della Sicilia, riesco a metterle in relazione con me per aver vissuto (seppur
fugacemente) alcuni di quei luoghi da lui ritratti. Personalmente trovo una distanza con il mio voler vedere e
percepire i luoghi, ma mi domano ora se anche nelle visioni delle mie immagini genero la stessa
sensazione. Riguardo a queste sue, mi viene da prenderne distanza, non ne capisco l’intento, non arrivo a
formularmi delle domande… Le trovo già viste e spesso stereotipate.
In “Galaxies Beneath a Dying Sky” trovo un progetto meglio strutturato tra ritratti e paesaggi.
Personalmente non apprezzo e non capisco l’uso dei due mezzi con i quali ha scattato le foto. Mi disorienta
nel suo uso disomogeneo, non riesco a trovarci un nesso e questo mi crea frustrazione per non capirne e
poterne apprezzare l’intento. Rimane comunque il suo progetto che ho più apprezzato tra quelli presenti.
L’approccio utilizzato è comunque di tipo documentale americano, cerca di indagare i luoghi e le persone
con l’approccio della New Topography, sperimentando l’utilizzo di mezzi e riprese di diverso tipo. Si
appoggia in modo significativo agli stilemi che le visioni americane hanno portato avanti.
LC _ L’autore utilizza il mezzo fotografico con un approccio documentale. Il documento però, in particolar
modo nel caso dei progetti fotografici di viaggio, non è indicale tanto nei confronti dei contesti e delle
situazioni ritratti, quanto della propria personale predilezione a selezionare alcuni tipi di scenari e
combinazioni di elementi, sia di vita, che architettonici che paesaggistici.
La fotografia è vissuta come occasione per immortalare l’unicità del momento e della propria visione, con
l’obiettivo di sollevare una emozione in chi osserva. Questo porta a una sensazione di ripetitività delle
scene, benché cambi il soggetto o il luogo fotografato. Si percepisce una sorta di ricerca più della bellezza
che di altro.
Le immagini riflettono uno studio scrupoloso della composizione.
La scelta dei toni ha un sapore cinematografico. Trappola estetizzante > effetto cartolina “contemporanea”,
un ibrido fra la strumentalizzazione sistematica del fascino della decadenza e l’effetto diario patinato di
Instagram.
Nei progetti americani si percepiscono citazioni alle ambientazioni hopperiane e alla moderna fotografia
americana.
Il progetto che ha come soggetto gli apicoltori, probabilmente perché più circoscritto, rivela una maggiore
vicinanza e autenticità, benché la serie sia comunque priva di “sbavature”.
BR _ Le mie brevi considerazioni entrano nel merito della serie “Rooted in concrete light” di Francesco
Aglieri, dove ho trovato significativo l’utilizzo del flash, in alcune immagini che va a creare, attraverso un
gioco di luci, un effetto “specchio”.
La sfocatura e il “non allineamento” presenti in alcune foto sembrano creare un effetto
dissolvenza/continuum con lo sfondo.
Ho riscontrato inoltre un’alternanza tra foto più formali e “perfette” (ad esempio quelle dei paesaggi e
ritratti), ad altre più libere dalle forme.
GG _ Che cosa percepisco come persona nella visione delle opere fotografiche di FAR?
_ Coinvolgimento con il luogo
_ Sensazione di “già visto”
_ Non mi piace l’effetto sfocato in alcune immagini
_ Mi sembra manchi un po’ di “profondità dello sguardo”
_ In alcuni lavori faccio fatica a coglierne l’obiettivo finale… sempre che ci voglia essere
_ Nel progetto in bianco e nero ci sono alcuni elementi in più, astratti e meno diretti
Come e in che cosa queste sue fotografie hanno a che fare con me?
_ Sinceramente mi piacciono molte immagini, forse perché “già viste”. È un tipo di fotografia che comunque
sento vicina
_ Dopo aver visto il primo lavoro del sito ho fatto una ricerca sullo Sciacallo Dorato
A prescindere dal mio sentire, che cosa è possibile intravvedere concettualmente nel suo approccio
alla fotografia e nelle immagini che produce?
_ Come dice lui stesso, è influenzato molto dai neo-topografi americani e cerca di cogliere l’atmosfera, i
cambiamenti, l’essenza degli ambienti e dei paesaggi attraversati. Sia on the road che più stanziali
_ Non so se possa essere considerato reportage o altro…
MV _ La percezione personale, conseguente ad una prima occhiata dell’opera pubblicata sul suo sito,
quella che produce o non produce un contatto con l’autore, attraverso le fotografie, mi porta a dire che la
genericità dell’approccio mi ha rimandato ai molti libri che ho sfogliato negli ultimi anni; libri di fotografi
contemporanei, soprattutto americani, di cui non ho memorizzato neppure il nome, tanto mi sono parsi tutti
uguali. Un atteggiamento documentario, intervallato da ritratti e da dettagli di luoghi o ambienti, una buona
qualità tecnica, un certo ordine compositivo conseguente un impostato equilibrio formale e fotografie, nel
complesso, forse troppo patinate ed edulcorate, in particolare per l’uso della luce quindi dei colori. Anche
tornando più volte sulle diverse serie di fotografie, che immagino intendessero narrare delle storie, non ho
ottenuto un vero transfer con questo autore, anche se ho apprezzato la qualità delle immagini, che a mio
parere appartengono ad un modo codificato (e abusato) di narrare, che è proprio di certa fotografica
contemporanea, tra l’altro, un po’ troppo didascalico e affermativo.
Lo “stile” che primeggia, anche sul significato, è determinato dalla forma che nel complesso definirei
“decorativa”, perché appagante, per la continuità con un atteggiamento che recupera l’idea di certa arte
che abbiamo conosciuto nel passato, in particolare con la pittura. Riconosco la “bellezza” che appartiene, o
meglio, che è appartenuta a questo mondo dell’arte quindi anche a queste fotografie. Una “bellezza” per la
quale userei, appunto, il termine “decorazione” e non quello di costruzione originale, che è essenziale in
una comunicazione artistica. Unica eccezione a ciò che definirei un rimando all’arte pittorica, precedente al
‘900, sono le fotografie che si costruiscono attraverso il “taglio” tipicamente fotografico, quelle che entrano
“dentro” e ci mostrano solo dei particolari di luoghi o degli oggetti.
Altra cosa che mi pare di poter rilevare osservando queste fotografie è l’assenza di personalità autoriale, di
specificità individuale, anche se si intravvede il tentativo di diversificarsi dagli altri, ad esempio, inserendo
delle sfocature ai bordi delle foto; una pratica poco riuscita (a mio parere) che cerca di sopperire a dette
mancanze, ma senza ottenere un risultato soddisfacente. Sembra che l’autore intenda aderire ad un modo
di fare fotografia, quella documentale, ma al tempo stesso lo nega utilizzando una forma visiva edulcorata
ed accattivante, “ben fatta”, mostrando, a mio parere, di avere in mente l’idea dell’espressione personale e
non l’annullamento dell’autore, che prende origine dalla riflessione delle avanguardie storiche dei primi del
‘900 e che, a suo modo, indirizza l’approccio documentale nella fotografia artistica.
Decostruendo visivamente in modo analitico ciò che ho percepito da certe forme prodotte, in particolare
ordinatamente composte e cromaticamente appaganti, che spesso prevalgono sul resto della visione, mi
pare si possa intravvedere uno sguardo competente a cui manca specificità creativa. Lo dico pur essendo
consapevole che ogni nuovo autore non può prescindere dalla storia costruita dagli autori che lo hanno
preceduto, ma ci sono almeno due modalità attraverso cui questo può avvenire: 1. scoprendo l’essenza
profonda di sé come autore, che dalla semantica del passato opera un prelievo, ma poi ridetermina la sua
opera con un proprio stile, facendo uso di certe forme solo in modo strumentale, per ottenere risultati che
possano andare al di là della forma stessa, oppure 2. osservando il passato, assumendolo in sé per
imitazione, solo alla superficie, ed emulandolo con abilità tecnico visuale (atteggiamento tipico di certa
fotografia amatoriale).
Nell’opera di questo autore non riesco a percepire, neppure agendo in maniera analitica, la possibilità
dell’originalità e dell’innovazione, ma solo una buona abilità tecnico visiva; un’abilità, che non avendo nulla
di nuovo da offrire, intende confonderci edulcorando la percezione dell’osservatore attraverso un’apparente
specificità, quella del saperci fare (con la luce, con i cromatismi, con le inquadrature, ecc.). Una modalità
che può anche produrre piacere, ma un piacere che deriva solo dal sesso e non dall’amore.
In sintesi, mi verrebbe da dire che abbiamo a che fare con un tipico esempio di abile riproposizione di certa
fotografia, che utilizza (ancora nel terzo millennio) l’idea che l’abilità tecnico-visiva sia ciò che sta alla base
della produzione di “buone” fotografie, anche a costo di rifarsi in modo superficiale a fotografi che ci hanno
preceduto o che stanno operando oggi. Non vorrei apparire irrispettoso, né presuntuoso, in queste mie
considerazioni; sono soltanto il risultato di un’analisi visiva che ho cercato di costruire con onestà
intellettuale affidandomi alla percezione delle immagini e alle conoscenze che ho maturato sino ad oggi.
Nessuna volontà di giudicare l’operato e la persona altrui, ma solo un punto di vista che ho ricavato
guardando le fotografie.
MG, durante l’incontro del Collettivo, ha ribadito che l’opera di questo autore gli permette di trovare
conferma sul fatto che “linguaggi” diversi possano convivere fra loro. Fermo restando che non credo si
possa parlare di diversi “linguaggi”, dal momento che nell’opera di Francesco Aglieri Rinella, egli alterna
soltanto fotografie di paesaggi, distinti dai ritratti o da certi particolari di luoghi o ambienti, credo di
comprendere cosa intendesse dire. Probabilmente io e MG utilizziamo questo termine in modo differente.
Detto questo, non ho nessun problema, come dicevo anche durante il nostro ultimo incontro, ad utilizzare e
ad apprezzare opere che vedono coniugare differenti “tipologie” di fotografie o, se vogliamo chiamarli
“linguaggi”, di linguaggi differenti. Più pragmaticamente, per evitare fraintendimenti linguistici, mi riferisco
all’uso nella stessa opera di fotografie a colori e in bianco e nero; di ritratti, paesaggi, oltre a still life; del
formato verticale e dell’orizzontale e, magari, del formato quadrato; l’associazione consapevole e
strumentale di tecniche differenti, ecc. L’uso di diverse tipologie di fotografie, nella stessa sequenza di
un’opera, generalmente favoriscono una costruzione concettuale della stessa e l’idea che si tratti di “oggetti
visivi” da poter assemblare creativamente e in modo originale, quindi non solo di immagini, mi pare possa
facilitare una loro ibridazione. Diciamo che in questi casi le singole fotografie perdono la propria
consistenza dettata dal referente in sé o documentaria, per assumere la forma di un processo dinamico,
maggiormente astratto e concettuale, attraverso una loro messa in sequenza o installate
tridimensionalmente in uno spazio fisico.
Detto questo, porto la mia attenzione e l’analisi sulle diverse serie di fotografie prodotte da questo autore
(visibili sul sito) utilizzando la teoria ed il metodo che a nostro parere sostiene una comunicazione artistica
quindi innovativa ed originale. In che cosa consiste l’innovatività e l’originalità di queste opere? A mio modo
di vedere gli espedienti tecnico-visuali, che intendono portare a valore l’estetizzazione della luce e del
colore rispetto ai soggetti ripresi, con un atteggiamento, che lascia pensare ad un approccio documentario
(o documentale), cioè di rilevazione diretta di ciò che si mostra all’occhio del fotografo, non sono originali.
Così come l’uso forzato e finzionale dello sfocato ai margini delle inquadrature, non mi pare possa essere
indice di originalità, al massimo una sperimentazione (poco riuscita). Nelle sue riprese, l’autore, pur
mostrando abilità visiva e conoscenza di una certa fotografia, anche contemporanea, non fa altro che
riprodurre modalità di ripresa già ampiamente sperimentate ed utilizzate. Si potrebbe dire che questa
modalità è funzionale alla costruzione concettuale e alla costruzione di significati, tanto da legittimare l’uso
di differenti “tipologie” di fotografie, ma in realtà non si intravvede, a mio parere, questo specifico senso del
costrutto. Restano soltanto degli elementi formali fini a se stessi. Sembra, più che altro, che dette fotografie
cerchino di appoggiarsi ad un generico e “decorativo” senso del “bello”. Una forma della bellezza che lascia
trasparire superficialità e necessità di appagamento semplice ed immediato, con un modo di fare che è
tipico anche del fotoamatorismo, non certo di un’autentica fotografia autoriale.
L’autoreferenza (il rimando a certa fotografia) è dimensione dominante e l’etero-referenza, l’informazione
sul Mondo, è solo un pretesto per poter soddisfare la prima e fornire una qualche informazione (a mio
parere troppo generica per essere interessante). Auto ed etero-referenza (forma e contenuto) dovrebbero
non mostrare soluzione di continuità, tanto da far percepire il contenuto nella forma e viceversa. Non mi
sembra che questo sia il caso. Un elemento che mi pare di aver colto e che rafforza quanto detto è il fatto
che le diverse serie prodotte dall’autore ribadiscono sempre gli stessi elementi, tanto da poter essere
assimilate fra loro (nonostante, immagino, le storie che l’autore intendeva raccontare siano diverse). Cosa
leggermente diversa riguarda le serie in bianco e nero (“Rooted in Concrete Light”). Avendo in questa serie
eliminato il solito effetto prodotto dalla luce e dal colore, mi sono trovato di fronte a fotografie più cupe ed
introspettive (la luce è molto diversa), rispetto alle fotografie a colori. Il campo visivo si restringe con
maggiore continuità tra foto e foto e la narrazione sembra voler assumere una dimensione più personale.
Da documentale e distaccata, la fotografia si fa più espressiva e intima, il paesaggio esterno diventa spazio
interiore, ma resta un approccio che costruisce razionalmente e in modo logico la sequenza (*). L’unica
costante è l’abilità tecnico-visuale dell’autore, che nonostante il cambio di campo non raggiunge il mio
“sentire” e soddisfa solo il mio “vedere”.
Inoltre, tutte le serie a colori si pongono come un dato di fatto, indicando una realtà, quella vista dal
fotografo, senza che questa possa interrogarci o porre domande. Questo vale anche per la serie in bianco
e nero, nonostante alcune immagini si offrano all’osservatore in maniera misteriosa, ma poi altre tornano
ad essere indicative di una realtà in sé esplicita e l’intera serie non interroga il fruitore se non per il fatto che
sembra emergere una condizione individuale e introspettiva dell’autore non del tutto comprensibile, se non
per il fatto che appare essere oscura.
Come dissi a Michele Buda durante un nostro incontro a Palazzo Graziani lo scorso anno, non condivido
l’idea che l’apprendimento artistico debba passare, come lui diceva, attraverso “l’indossare le scarpe di
grandi fotografi”, imitandoli per acquisire le loro abilità, ma attraverso un dialogo attento e concentrato fra
Sé e la storia della fotografia, con curiosità e attenzione a non andare troppo oltre i confini di Sé. Credo che
questa diversa strada possa favorire l’emanciparsi di autori più autentici, anche nell’uso della fotografia
documentale, a differenza di quanto sto vedendo sempre più spesso (anche nel caso di Francesco Aglieri
Rinella). In un certo senso, è giunto il tempo in cui dovremmo abbandonare la centralità del mezzo
fotografico, dei linguaggi che ad esso si rifanno e anche a certa fotografia. È fondamentale che quanto già
fatto in fotografia diventi uno stimolo per fare dell’altro, nel rispetto della propria specificità creativa, anche
se questo dovesse portarci chissà dove. Dovremmo poter diversificare il nostro sguardo dal già visto, in
modo personale e anche polifonico, fino a prendere in considerazione anche la possibilità di trascendere la
semplice bidimensionalità dell’immagine fotografica. Dovremmo poter abbracciare un’essenza che proprio
perché personale non può che essere più ambigua, sospesa tra documentazione (del dato o del fatto) e
creazione artistica, che possa integrare una modalità classica o vernacolare con il nostro filtro autoriale,
quello che ci permette di trasformare il momento fenomenico in uno slittamento spazio temporale ed
immaginifico.
(*) a questo proposito vorrei disquisire rispetto al concetto introdotto da MG di “costruzione topografica
introspettiva” della fotografia, da cui dissento e che, così come formulata, penso sia una contraddizione in
termini. L’atteggiamento del fotografo dallo stile documentale e ancor più quello del Topografo è per
principio distaccato, astratto e concettuale, attento più al processo che al risultato finale, il cui procedere è
perlopiù impersonale, tanto da affidarsi per lo più al dispositivo, senza che l’abilità tecnico visuale possa
ornare il risultato, con espressività dei toni o del colore, particolari composizioni, ecc. Tutti aspetti della
“costruzione topografica” che verrebbero ad annullarsi se ad essi andassimo ad aggiungere aspetti
“introspettivi”, o meglio di espressione (soggettiva ed intima, introspettiva, appunto). La “costruzione
topografica” mantiene salda l’idea dell’occultamento dell’autore (tanto cara a Franco Vaccari), mentre l’idea
di introspezione ha a che fare con una componente psicologica, o comunque emotiva ed intima, che
implica il coinvolgimento diretto del soggetto, la sua evidenza e non l’assenza. Non è mai il soggetto delle
fotografie o la forma attraverso cui appaiono a determinare l’approccio fotografico utilizzato (documentale,
espressivo, topografico, introspettivo, ecc.), ma l’atteggiamento intellettuale e la forma dell’agire (l’Agency)
del fotografo, che sono alla base e presupposto per osservarli (soggetto e forma).

